6 errori classici negli amatori

Resistenza alla Velocità nel Running: Cos’è, Come si Allena e Perché Cambia le Gare

Sai correre veloce. Il problema è che non riesci a farlo per abbastanza tempo.

Questo è il nodo della resistenza alla velocità. Non è la velocità pura — quella dura secondi. Non è la resistenza aerobica — quella si misura in ore. È la zona di mezzo: la capacità di esprimere una velocità elevata per un tempo prolungato, tollerando la fatica che si accumula.

È la qualità che separa chi finisce forte da chi crolla negli ultimi 200 metri di un 1500, negli ultimi 100 di un 400, nell’ultimo giro di qualsiasi gara su pista.


Cos’è la resistenza alla velocità, fisicamente

Quando corri veloce oltre i 6-8 secondi il sistema della fosfocreatina si esaurisce e il corpo passa alla glicolisi anaerobica. Produce energia rapidamente ma genera accumulo di ioni idrogeno che abbassano il pH muscolare e interferiscono con la contrazione.

Quella sensazione di bruciore e pesantezza nelle gambe? È quella. E la resistenza alla velocità è la capacità del tuo corpo di tollerare, smaltire e continuare a funzionare nonostante quella condizione.

Non si costruisce correndo lento. Non si costruisce nemmeno correndo velocissimo per pochissimo. Si costruisce nella zona scomoda nel mezzo: intensità alta, durata abbastanza lunga da creare accumulo, recupero calcolato per non azzerare lo stress.


Come si allena: tre tipologie di lavoro

Ripetute medie ad alta intensità. 200-300 metri a intensità vicina al massimo, con recuperi incompleti. Un esempio classico: 8×200 con 90 secondi di recupero. Non è una passeggiata. Alla quinta ripetuta inizi a capire cosa significa davvero resistenza alla velocità.

Lavoro a volume. Tratti più lunghi — 300, 400, anche 500 metri — a un’intensità leggermente sotto il massimo, con recuperi più lunghi. L’obiettivo non è la velocità massima ma la capacità di mantenere un ritmo elevato nonostante l’accumulo progressivo di fatica. È il lavoro che costruisce il motore del quattrocentista e del mezzofondista veloce.

Lavoro in fatica. Inserire tratti veloci alla fine di un allenamento già impegnativo. Non per costruire velocità pura ma per abituare il corpo a esprimere velocità quando le risorse sono già parzialmente consumate. Simula quello che succede in gara, e per questo funziona.


Gli errori più comuni

Fare tutto uguale: stessa distanza, stesso recupero, settimana dopo settimana. Il corpo si adatta in fretta — se non cambi lo stimolo, smette di rispondere.

Non rispettare la periodizzazione. La resistenza alla velocità è un lavoro intenso che richiede recupero reale. Non si può fare due volte a settimana tutto l’anno. Va inserita nelle fasi giuste, aumentata progressivamente, ridotta in avvicinamento alla gara.

Confondere la resistenza alla velocità con il ritmo gara. Non è la stessa cosa. Correre sempre al ritmo che vuoi fare in gara non ti insegna a tollerare il lattato — ti insegna solo a correre a quel ritmo. Per migliorare quel ritmo devi lavorare sopra e sotto, non solo su.


Perché è la qualità che decide le gare

Le gare non si decidono nella prima metà. Si decidono quando la fatica arriva e chi ha allenato la resistenza alla velocità riesce a tenere mentre gli altri calano.

L’atleta che parte forte e crolla nell’ultimo giro non ha perso perché era troppo lento. Ha perso perché non aveva costruito la capacità di reggere quella velocità fino in fondo. Quella capacità si costruisce in allenamento, con lavori scomodi, fatti nel momento giusto della stagione.

Non esistono scorciatoie. Ma esistono metodi. E questo è uno di quelli che funzionano.


Questo articolo è tratto dall’episodio 8 di Performance Senza Filtri, il podcast di Fabio Calzola su allenamento, fisiologia e mentalità nel running — Stagione 2: Velocità e Pista.

🎙️ Ascolta su Spotify: Performance Senza Filtri 📍 WLF Team Sport ASD — Pontevigodarzere, Padova 🌐 www.wlfteamsport.com 📸 @coachfabiorunninglab

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