Velocisti e ultra trailer, due mondi diversi, stessa battaglia interna
Nel lavoro quotidiano in pista e in montagna mi è sempre più chiara una cosa: la mente non è un fattore “extra” della prestazione, è una componente strutturale, esattamente come la forza, la tecnica o la resistenza.
Non la misuri con il cronometro. La vedi nei momenti in cui la pressione sale e l’atleta deve scegliere quale voce ascoltare dentro di sé.
Il self talk, il dialogo interno, è quel flusso di pensieri che ti accompagna prima, durante e dopo la prestazione. E non è neutro. Modella il modo in cui il corpo esprime ciò che ha.
Il velocista: 10 secondi di verità
Nel velocista il dialogo interno è concentrato, denso, quasi violento. Tutto si gioca in pochi secondi, ma la gara in realtà inizia molto prima, quando sei in call room e inizi a sentire l’adrenalina salire.
Un esempio concreto che ho vissuto in pista.
Atleta da 7”30 sui 60 metri in allenamento, brillante, tecnicamente solido. Prima gara indoor importante. Inizia a ripetersi mentalmente che non deve sbagliare la partenza, perché nell’ultima prova aveva anticipato lo sparo.
Si concentra talmente tanto sul “non fare errore” che allo start esce contratto, primo passo corto, bacino che sale troppo presto. Non è un problema di forza. È un problema di attenzione orientata alla paura invece che all’azione.
Con lui abbiamo cambiato il copione mentale. Niente più “non sbagliare”, ma un focus operativo legato a sensazioni già consolidate: “spingi dietro”, “resta basso nei primi tre appoggi”.
Stessa preparazione fisica. Stesso atleta. Ma nella gara successiva entra sui blocchi con un dialogo interno più semplice, più diretto, e l’accelerazione cambia.
Nel velocista il self talk deve essere essenziale e funzionale. Se in gara inizi ad analizzare la tecnica in modo complesso, stai già rallentando. La mente deve attivare il gesto, non ingabbiarlo.
L’ultra trail: la fatica lunga e la voce che non tace
Nel trail ultra la dinamica è diversa nella durata, ma identica nella sostanza. Qui il dialogo interno non dura 10 secondi, dura ore. È una presenza continua.
Ti racconto una situazione tipica.
Gara da 80 km, preparazione fatta bene, ritmo controllato nei primi 30 km. Poi arriva una salita lunga, le gambe iniziano a pesare e compare il pensiero: “Sto andando piano”, “non è giornata”, “forse ho sbagliato tutto”.
Quel pensiero non è solo un commento. Cambia l’interpretazione della fatica. La stanchezza diventa la prova che stai fallendo, non un passaggio fisiologico previsto.
Altro atleta, stessa gara, stessa salita. Quando arriva la crisi, non si racconta che è forte o invincibile. Si dice: “È il momento difficile, gestisco fino al prossimo ristoro”.
Non nega la fatica, la incornicia. Riduce l’orizzonte mentale. Non pensa agli 80 km, ma ai prossimi 20 minuti.
La condizione fisica è simile. La resa mentale è diversa.
Il self talk si allena prima, non in gara
C’è un aspetto su cui sono molto netto: il dialogo interno non nasce il giorno della gara. È il risultato di mesi di allenamento, anche mentale.
Lo vedo nelle ripetute lunghe in salita, ad esempio 20 o 25 minuti continui. Dopo i primi 10 minuti molti iniziano a negoziare con se stessi. “Manca troppo”, “non reggo”, “oggi non va”.
In quel momento fermarsi non è una scelta muscolare. È una scelta cognitiva.
Allora lavoriamo su un cambio preciso: invece di focalizzarsi sulla durata complessiva, l’atleta porta l’attenzione su elementi controllabili, come la cadenza, la respirazione, la postura. Non è motivazione generica. È ristrutturazione del pensiero in chiave operativa.
Se in allenamento ti racconti che quando sei stanco significa che non sei abbastanza, quella voce tornerà in gara.
Se impari a dire che la fatica è parte del processo, e la colleghi a un’azione concreta, stai costruendo una mente performante.
Differenze tra sprint e ultra, stesso principio
Nel velocista la mente deve essere pulita, orientata all’esecuzione immediata, capace di attivare senza irrigidire.
Nell’ultra trailer deve essere resistente, capace di convivere con il dubbio e di reinterpretare la fatica senza trasformarla in sconfitta anticipata.
In entrambi i casi, la testa non sostituisce la preparazione fisica. Senza lavoro strutturato non esiste pensiero positivo che tenga. Ma quando il livello fisico è adeguato, la differenza tra esprimere il proprio potenziale e restare sotto si gioca spesso nella qualità della conversazione che hai con te stesso.
La voce che senti sui blocchi o al sessantesimo chilometro non è casuale. È il risultato di come ti parli ogni giorno in allenamento, di come interpreti gli errori, di come reagisci alle sedute difficili.
Allenare la mente non significa fare filosofia.
Significa costruire un dialogo interno coerente con la prestazione che vuoi esprimere.
E quando quella voce è solida, stabile, funzionale, diventa un alleato potente. Non ti regala la vittoria. Ma ti permette di usare davvero ciò che hai costruito.
Coach Fabio Calzola
WLF Team Sport

